Teatro Deluxe – Identità, sogno, desiderio.

Vera Michela Suprani e Claudio Oliva ci parlano di Feminea – White Frame. Lo spettacolo presentato l’11 Maggio al festival Istantanee.


Quel è il percorso di ricerca che vi ha condotto alla creazione di Feminea – White Frame?

Claudio Oliva: Feminea – White Frame è la tappa finale di un lavoro che abbiamo iniziato nel 2009 con la presentazione, al Duncan di Roma, di Feminea – Frame of Reality. In quel lavoro erano abbozzate le idee che abbiamo scelto di sviluppare in White Frame. Essenzialmente il nostro spettacolo è una riflessione sull’identità, sul corpo nella contemporaneità. Durante l’intero percorso creativo la riflessione è andata via via focalizzandosi sulla gestualità. Questa indagine, legata al concetto di identità, ci ha permesso di studiare quella fase della vita che viene prima della definizione del genere (inteso come maschile e femminile). In questa fase si costruisce tanto l’identità sessuale quanto quella caratteriale della persona. Abbiamo cercato di descrivere uno stadio antecedente alla formazione della coscienza, una fase della vita in cui il gesto è ancora animale, dettato dalla necessità e dall’istinto. Non volevamo formulare un ragionamento logico su questo tema, ma cercare di trasferire in un corpo adulto una sensazione che generalmente appartiene al corpo di un neonato per poi restituirla allo spettatore.

Che tipo di cortocircuito si crea quando un corpo adulto assorbe la gestualità di un neonato?

Vera Michela Suprani: Io non credo che si crei un cortocircuito, piuttosto che venga aperta una relazione con qualcosa che è già dentro ognuno di noi. Non ho incorporato la gestualità del neonato appiccicandola al mio corpo, piuttosto ho cercato di riscoprirla; ho voluto riscoprire un mondo che in qualche modo già conoscevo.

Claudio: Si trattava di portare alla luce quello che è chiamato “non ricordo collettivo”. Far emergere qualcosa che ci appartiene, che il nostro corpo ricorda.

Vera: Non abbiamo lavorato su un principio imitativo, ma in maniera molto personale abbiamo cercato qualcosa che era dentro di noi.

Questa gestualità, insieme agli altri elementi che compongono lo spettacolo, si iscrive in uno spazio bianco, una sorta di tabula rasa. Come avviene questo processo di scrittura?

Claudio: Abbiamo immaginato la mente di un neonato come un frame bianco. Con l’aiuto di Giulia Di Vincenzo abbiamo costruito questo spazio come un luogo in cui di volta in volta è possibile scrivere, ovvero rappresentare la mente del neonato, il sogno. Come proiezione di questo inconscio l’immagine si iscrive nello spazio bianco. Il suono, invece, è la chiave di volta, il traghetto attraverso cui è possibile approdare a questo mondo insondato. Questo elemento ci affascinava molto. La musica ha un ruolo importantissimo nei primi anni di vita di un individuo. Nello spettacolo, talvolta funge da elemento armonico, altre volte crea delle forti scosse.
L’impasto di immagine e suono concorre a creare l’atmosfera di uno stato di veglia che caratterizza tutta la prima parte dello spettacolo. Qui c’è un personaggio guida, forse l’uomo che accompagna nel sogno, forse il padre del neonato…

Mi sembra che il suono si concretizzi in questa figura (creata da Alessandro Oliva). Un corpo bianco – illuminato da una luce azzurrognola emessa dal suo stesso strumento – che dà continuamente le spalle al pubblico. Solo in un piccolo frangente dello spettacolo l’uomo si volta cercando un’interazione con il neonato. Che tipo di relazione intercorre tra queste due figure?

Claudio: L’uomo vestito di bianco è lo stesso personaggio che, nel video, vediamo interagire con l’infante. Questo personaggio si esprime attraverso il proprio strumento musicale, la propria melodia, quindi attraverso una delle forme d’arte più immediate. La musica entra nelle nostre orecchie e immediatamente apre e dispone il corpo a degli stimoli. Volevamo marcare questa relazione visivamente implicandone all’interno anche la relazione tra il neonato e il sogno. Gli stimoli che questo personaggio dà, dal vivo come in video (col suono e con l’immagine) al neonato (ad esempio lasciandogli vedere un ciuccio), divengono immediatamente desideri. Allora il ciuccio stesso diviene qualcosa di necessario; la necessità muove l’istinto, l’istinto carbura lo sviluppo del neonato ossia ciò che volevamo mettere in scena.

Tutti i volti dei personaggi in Feminea – White Frame sono coperti da una maschera della quale, alla fine dello spettacolo, il neonato inizia a privarsi per soddisfare il proprio desiderio, ovvero mettere in bocca il ciuccio che ha appena recuperato …

Vera: Qui si applica uno scarto. Il neonato si trova di fronte ad un’impossibilità, un ostacolo che deve assolutamente sorpassare.

Claudio: Il corpo in scena è femmineo, non è ancora un corpo di donna; infatti è un corpo femminile con una maschera da uomo. Il proprio essere è totalmente incerto. Solo attraverso questo parziale svelamento, che avviene alla fine dello spettacolo, può avvenire un primo scarto verso la formazione dell’identità.

Come mai avete deciso di posizionare il ciuccio tra gli spettatori?

Claudio: Per acquisire coscienza il neonato deve avvicinarsi agli spettatori, agli adulti, cercare con loro una forma di contatto.

Vera: Il neonato cerca sempre il contatto con l’essere adulto. A New York, dove Feminea – White Frame ha debuttato, mi è capitato di essere accarezzata dagli spettatori; si è creata un’interazione molto forte.

In che modo il termine Istantanee – e dunque il concept del festival che si è appena concluso – rientra nel vostro lavoro?

L’istantaneità rimanda molto al linguaggio della percezione soprattutto se legata all’immagine. La prima parte del nostro spettacolo, orientata quasi esclusivamente alle possibilità del ritorno alla memoria, del riaffiorare di certe immagini nella mente, si basa su una percezione istantanea, anche violenta. L’istantanea fotografica ha la capacità di cogliere un momento in maniera non mediata dal ragionamento, da un’idea di composizione., Però proprio per questo stimola delle sensazioni in chi la guarda che vanno oltre l’immagine stessa. Coglie la vita nel suo farsi. Questa è la relazione che il nostro lavoro ha con il termine istantanee.

[a cura di Matteo Antonaci]


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